Quando è stata inventata? Da chi? Quando è arrivata in Italia? E come? 

La pasta è il piatto tipico per eccellenza della nostra penisola italiana, può essere condita con ogni tipo di alimento, dai vegetali ai prodotti animali. Ogni giorno è possibile creare nuovi accostamenti e nuovi sapori! E’ come una tela bianca di un pittore.

La storia della pasta ebbe inizio quando l’uomo abbandonò la vita nomade e diventò agricoltore, imparò a seminare e a raccogliere. E’ in quel tempo che la storia dell’uomo si sposa e si incrocia con quella del grano e con il grano ha inizio la storia della pasta. Di raccolto in raccolto, di generazione in generazione, l’uomo ha imparato a lavorare sempre meglio il grano macinandolo, impastandolo con acqua, spianandolo in impasti sottili cuocendolo su pietra rovente.
I Greci e gli Etruschi erano già abituati a produrre e a consumare i primi tipi di pasta. La prima indicazione dell’esistenza di qualcosa di simile ad essa risale al primo millennio a.C., alla civiltà greca.

Le prime due date certe nella storia della pasta in Italia sono:

  • 1154, quando in una sorta di guida turistica il geografo arabo Al-Idrin menziona “un cibo di farina in forma di fili“, che si confezionava a Palermo e si esportava in tutta la penisola
  • 1279, quando il notaio genovese Ugolino Scarpa redige l’inventario degli oggetti lasciati da un marinaio defunto, tra i quali figura anche una “bariscela plena de macaronis

Furono gli Arabi del deserto ad essiccare per primi le paste per destinarle a una lunga conservazione, poiché nelle loro peregrinazioni non avevano sufficiente acqua per confezionare ogni giorno la pasta fresca. Nacquero così dei cilindretti di pasta forati in mezzo per permettere una rapida essiccazione. Dopo si scoprì che anche il clima secco e ventilato della Liguria, della Sicilia e della Campania favorirva la produzione della pasta, che per secoli venne lasciata essiccare tramite semplice esposizione all’aria.
Successivamente nel Norditalia, dove il clima era meno favorevole all’essiccazione, si inventò la “giostra”, cioè un macchinario di legno in grado di sostenere i telai con le paste in un luoghi riscaldati.

Già a partire dal ‘600 in Italia la pasta semplice, di sola acqua e farina (essiccata o meno), diventa un alimento molto consumato nei ceti popolari perché assai saziante.

E’ dal Settecento che Napoli diventa la città dei consumatori di pasta e i napoletani si guadagnano l’epiteto di “mangiamaccheroni” (prima erano i “mangiafoglie” ossia divoratori di vegetali-infatti l’Italia a causa della sua religione cattolica consumava carne solo in piccole quantità-).

Condita con il formaggio grattugiato rappresentava in definitiva un sostentamento equilibrato di carboidrati e proteine. Anche grazie a questo alimento così condito, al Sud Italia, non si avranno casi assai devastanti, avvenuti altrove, di malattie da monofagismo di mais o patate (es. Pellagra).

Nelle campagne la pasta rimarrà per tanto tempo solo il cibo delle feste e dei giorni importanti.

Rispetto ai paesi, nelle città, c’erano botteghe di diffusione della pasta in strada di “maccheronari” (formato corto) e “vermicellari”(formato lungo).

Riguardo alla pasta va ricordato come, se servita scolata ed asciutta, avesse un unico condimento assolutamente “bianco”, con grasso (lardo o strutto molto più che olio) e parmigiano grattugiato.

Il condimento “rosso”, con il pomodoro, è documentato solo dagli anni ‘30 dell’Ottocento. Perché?

Perché il pomodoro arrivò in Italia solo dopo la scoperta dell’America e  venne accettato, LENTAMENTE, come alimento proprio dello Stato solo dopo averlo trasformato in qualcosa di conosciuto, come una zuppa (salsa), ovvero intorno alla metà del ‘700.

QUINDI LA PASTA E’ ITALIANA O ARABA?

La pasta secca (tipica degli scaffali dei supermercati) e lunga è stata inventata dagli Arabi, ma sicuramente noi italiani abbiamo il primato per la pasta fresca (con o senza uova).

E ricordate, il 5-10% della nostra cultura culinaria deriva dalla cultura araba (zucchero, mandorle, piccante).

 

 

 

Solo successivamente, con la globalizzazione e l’invenzione dei metodi di impacchettamento e confezionamento (packaging), si inventarono formati diversi, dalla più piccola alla più grande e lunga.

Negli anni tra le due guerre la comunicazione visiva assunse un ruolo sempre più determinante. La grafica del manifesto aveva raggiunto un alto livello di perfezione formale. Ciò ebbe immediati riflessi anche sul disegno dell’imballaggio dei prodotti, che cominciò allora a organizzarsi, soprattutto negli USA, secondo i modelli della comunicazione visiva. In un mercato di massa, l’identità della merce tendeva a trasferirsi dall’oggetto alla sua immagine, che l’imballaggio, o packaging, attuava nella sua forma, nel suo colore e nella composizione del suo messaggio verbale. La riconoscibilità del prodotto fu allora affidata all’involucro.

Barilla, con la collaborazione del grafico Erberto Carboni, puntò sull’imballaggio della pasta secca. Carboni studiò diverse grafiche per Barilla (nella prima metà degli anni ’90) nelle quali decise il colore predominante (blu), che caratterizza il marchio tutt’oggi, e cercò di far cadere l’attenzione sui materiali e ingredienti base della produzione della pasta.

CURIOSITA‘: perchè fu scelto il BLU? Un tempo la pasta veniva venduta sfusa e “imballata” in carta color azzurrino (carta da zucchero), quindi le persone erano abituate ad associare il colore blu alla pasta. Barilla puntò proprio su questo, anche se non si vedeva il contenuto dei nuovi imballaggi, si collegava subito il colore al prodotto interno.