“Tutti ormai vogliono mangiare tutto. Le “territorializzazioni” del cibo non hanno più senso” (E. Bonelli – R. Bassoli, 1998) “Più che ad una invasione pura e semplice del cibo altrui assistiamo a complessi fenomeni di sincretismo alimentare, con ricostruzioni, adattamenti, voli di fantasia e adeguamenti al mercato dei cibi originali”. (E. Morin, 1975)

Evoluzione sociale del consumo dei pasti:

Tra la metà degli anni ‘70 e la fine degli anni ‘80 in Italia si registra un processo che anche nel lavoro porta dalla deindustrializzazione alla terziarizzazione: entrambi i coniugi lavorano e mangiano fuori casa per pranzo mentre i figli con il tempo pieno si trattengono nelle mense scolastiche. La cena diventa l’unico pasto comune, con un impronta in genere più libera e creativa (nel senso di personalizzata, condizionata da gusti, preferenze, capacità della famiglia).

Dalla metà degli anni ‘80 cambia radicalmente il ruolo delle mense nelle fabbriche:

Nel 1996 l’Italia è al secondo posto, in Europa,  per la percentuale di persone che consuma il pasto fuori casa nei giorni lavorativi (Italia 12%, UK 14%). Tuttavia aumenta la ristorazione commerciale rispetto a quella collettiva (le mense), grazie anche ai ticket restaurant. Stando ai rilevamenti aumenta il consumo del cosiddetto piatto unico (inteso come pasta con al massimo l’insalata, o il panino al bar). Emerge un maggior consumo di carboidrati e fibre vegetali rispetto ai grassi animali.

Secondo dati raccolti nel 1996 il tempo dedicato alla cucina in casa durante la settimana lavorativa in Italia è in media di 55 minuti, contro i 39 dei francesi e i 38 degli inglesi. Per il pranzo domenicale si arriva in media a un’ora e 26 minuti (i francesi un ora e 12 minuti, gli inglesi un ora e 4 minuti)

Nel XXI secolo 2 abitanti su 3 abitano in città, dove il cibo si presenta già pronto, cucinato e commercializzato: soluzione prevalentemente adoperata dal mondo occidentale e dal Nord del mondo; solo in Italia, nel 1995, si contano cinque miliardi di pasti precotti, surgelati  e venduti.

Il “Fast Food”:

Questo tipo di ristorazione “veloce” ,d’ispirazione americana, appare soltanto tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80 nell’Europa Occidentale.

Negli anni ‘30 iniziava la grande distribuzione di massa, quindi l’economia mirava su una grande società media, non puntava più sui pochi appartenenti a ellite. Ventanni dopo, negli USA, grazie a questa nuova tendenza di mercato, nascono i primi “Fast Food”. Ricordiamo che l’America era un territorio dove erano già sorti i colossi dell’industria alimentare come la Coca Cola, la Heinz, la Kellogg’s e la Campbell.

McDonald’s:

Nel 1937 i fratelli Dick e Mac McDonald aprono il loro primo drive in restaurant di soli Hot Dog a Pasadena (California). Successivamente iniziarono a espandere la catena. Rendendosi conto che questo format attirava solo giovani, allontanando la clientela familiare, decisero di aggiungere al menù gli Hamburger (venduti a min 15 cent), impostarono il self-service, abolirono posate e stoviglie e si limitarono a carta e cartone. Il successo fu immediato.

Il segreto del successo:

  • Il modello industriale della catena di montaggio (il metodo alla Henry Ford) applicato alla ristorazione, con personale non qualificato e quindi meno gravoso sui costi
  • Pulizia ineccepibile, cucina a vista senza segreti funzionante perfettamente ad orologeria, acciaio asettico rassicurante che brilla dappertutto
  • Rapidità massima tra ordinazione e servizio

Cibo globale:

Data la nuova tendenza industriale e “in serie” anche nel mondo gastronomico, iniziano a diffondersi alimenti e bevande uguali per tutti con lo scopo di unificare le grandi città sparse per il mondo. Tra questi sono di significativa importanza:

1) Panino con hamburger

2) Pasta asciutta

3) Sushi

4) Couscous

5) Coca-cola

6) Chili con carne

7) Pizza,

8) Caffè (ed anche the e cioccolata)

Si parla di “Cosmofood”= senza frontiere,  alimenti venduti in realtà lontanissime dai luoghi di produzione, favoriti dalla standardizzazione industriale. Esempi: cibi trasformati cinesi inscatolati o risorse ittiche confezionate in estremo Nord d’Europa.

In opposizione al Cosmofood” e alla standardizzazione dei prodotti nascono controspinte culturali:

1) Marchi che rivendicano la territorialità (vera o presunta), dal DOP al “Patrimonio UNESCO”.

2) Resistenza culturale alla modernità, amore e protezione verso le tradizioni

3) Valorizzazione culturale delle cucine locali come patrimonio da tutelare e divulgare

4) Persino l’imperatore del global, McDonald’s, cerca di promuovere e differenziare i suoi territori con preparazioni tradizionali locali