La cucina romagnola è ricca di piatti e ricette nate da antiche tradizioni. I caratteri della cucina romagnola sono principalmente contadini («di gusto primitivo, quasi di fondo barbarico», come scrisse il forlivese Piero Camporesi). Nella cucina della Riviera romagnola è decisivo l’apporto della cultura marinara.
Antonio Sassi, nel 1913 censisce i più tipici piatti romagnoli: i cappelletti (diversi sia come forma sia come ripieno, che in Romagna si chiama “compenso”, dai tortellini del bolognese e dell’Emilia). Le paste possono essere servite asciutte ma tipicamente sono servite in brodo che (scrive Camporesi) «è il cardine del sistema alimentare» della Romagna. Attingendo alla letteratura sulla cultura popolare romagnola è possibile recuperare altri piatti tradizionali, non tutti sopravvissuti; tra i primi piatti la «tardura» (una minestra di uova, formaggio e pan grattato), gli gnocchi, le lasagne al forno; tra i secondi piatti il galletto in umido, la carne lessa e la carne fritta; tra i salumi la salsiccia, il salame, il prosciutto e la coppa; tra i dolci la classica ciambella, i «sabadoni», tortelli ripieni di castagne cotte e marmellata di mele, pere cotogne o fichi, e la «saba», uno sciroppo prodotto con la riduzione a fuoco lento del mosto d’uva bianca o rossa, usato per bagnare i sabadoni. Erano, questi, i piatti delle occasioni solenni, delle grandi feste del ciclo dell’anno (Natale e carnevale) e del ciclo della vita (nascita, nozze, morte). La cucina di tutti i giorni, invece, era finalizzata a riscaldare e a corroborare (zuppe e minestre di verdure) o a tacitare brutalmente i morsi della fame (schiacciate, focacce, granitici dolci di farina di mais).
L’identità culinaria romagnola sta, piuttosto che in una lista di piatti caratteristici, in un complesso di saperi, soprattutto popolari. Il primo e il più antico di questi è la «cultura delle insalate», cioè delle piante commestibili ovvero coltivate e spontanee. Ciò deriva, probabilmente, sia da conoscenze provenienti dal mondo romano sia dalla necessità, per una zona povera come la Romagna, di ricavare più risorse alimentari possibili dall’ambiente distinguendo ciò che è commestibile da ciò che invece può avvelenare. Una cultura ampia e raffinata è quella della sfoglia «fatta in casa», di farina e uova, senz’acqua; dalla sfoglia, più o meno sottile, si ricavano le tagliatelle, i tagliolini, i quadrettini, i maltagliati, gli strichetti (o farfalline), nonché le paste ripiene come i cappelletti, il piatto natalizio per eccellenza, e i tortelli, con ripieno di spinaci e ricotta. Sempre con la sfoglia ma senza uova sono fatti gli «strozzapreti».
Le portatrici delle conoscenze che identificano la Romagna sono le Arzdore, le padrone di casa, degli animali da cortile e regine della cucina. L’Arzdora non solo si occupava di servire tutti i pasti ma anche del reperimento degli ingredienti -come le erbe- che solo lei conosceva abbastanza a fondo. Tra queste la più importante è il radicchio, reperibile e abbondante, che poteva essere consumato crudo -da solo o in insalata- o cotto. Era talmente apprezzato che da solo poteva costituire un pasto intero, inoltre la sua radice era utilizzata come surrogato del caffè. Ancora oggi, andando una domenica a casa di una nonna romagnola, probabilmente la si troverà intenta a stendere la sfoglia o la piada e vi offrirà un pezzo di ciambella o una pesca, sempre presenti in casa. La ciambella (a base di farina, zucchero e strutto) era, una volta, l’unico vero dolce di tutta la Romagna che veniva preparato in ogni famiglia poi portato al forno a cuocere; le pesche al forno ricordano invece i baci di dama ma l’impasto delle due metà è simile a quello della ciambella e all’interno sono ripieni di crema. Dopo essere state assemblate vengono cosparse di alchermes e zucchero dando ai dolci l’aspetto dei frutti.
Altro orgoglio romagnolo è la piadina: già presente nella cultura della zona dal XIV secolo quando nel censimento realizzato a fini fiscali Descripto Romandiole venivano richieste, tra le altre cose, due piade per il pagamento delle tasse. La sua identità di “pane” romagnolo su larga scala si è affermata solo all’inizio del Novecento grazie all’introduzione del bicarbonato che rese l’impasto più morbido e digeribile ma storicamente è sempre stato “pane” per le classi più povere che preparando la piada non dovevano avere a che fare con lievito e fermentazione (prevedeva l’uso del grasso di maiale, facilmente reperibile in un territorio come la Romagna).

Per i romagnoli, anche al giorno d’oggi, la piadina costituisce un passe-partout per tutte le occasioni: la si trova ovunque -nei chioschi sparsi in ogni città della Romagna- appena fatta la si può mangiare con tutto, dolce e salato, in ogni occasione, e figura come valida alternativa al fast-food. Uno degli accompagnamenti migliori alla piada è lo squacquerone, formaggio fresco vaccino prodotto dalla rottura della cagliata lasciando intatti granuli grossi e umidi di siero che “squacquerano”. La facilità di preparazione e la versatilità della piada hanno però portato un allontanamento dalla tradizione facendo diventare uno dei simboli della Romagna un prodotto commerciale e lontano dalla sua vera identità. Quella che solitamente si trova in commercio è simile alla “Piadina romagnola riminese IGP”, con un diametro maggiore e di spessore più sottile, adatta ad essere arrotolata; la “Piadina romagnola Terre di Romagna IGP” è invece quella più tipica e consumata sul territorio, caratterizzata da uno spessore maggiore e dal diametro più ridotto.

Sono anche altre però le tipicità gastronomiche che dovrebbero essere tutelate maggiormente per salvaguardare l’identità gastronomica della Romagna:

 

• Il formaggio di fossa, dai peculiari aromi di paglia matura e dai sentori di zolfo, prodotto a partire da forme giovani che vengono sottoposte a diverse selezioni durante la stagionatura. La fossa  viene chiusa ad agosto (l’unica infossatura dell’anno) e riaperta a novembre presentando un prodotto dal gusto bilanciato e pieno;

• La mora romagnola, razza suina di origine locale e di grande pregio. Negli anni ’50 iniziò l’inarrestabile estinzione della mora, soppiantata da specie più produttive. Solo negli ultimi anni si è avuto un recupero e conseguente valorizzazione della razza ma rimane comunque un prodotto di nicchia poco conosciuto fuori dal suo territorio d’origine;
• L’olio di Romagna solo da poco ha guadagnato fama a livello nazionale, anche grazie al riconoscimento di due DOP (Brisighella DOP e Colline di Romagna DOP). Questo ha dato nuovo impulso ai produttori della zona che prima vedevano il loro prodotto meno consumato e valorizzato.
Prodotti che sono invece conosciuti su larga scala e che hanno contemporaneamente mantenuto se non accresciuto la propria qualità sono il Sangiovese e lo scalogno. Il primo negli ultimi anni è stato molto valorizzato, passando da qualcosa che veniva portato sulle tavole dei contadini e non era molto di più che acqua e aceto a un vino pregiato e presente sulle carte di tutti i ristoranti italiani; il secondo invece, tutelato dal marchio IGP, ha mantenuto la propria identità e la propria qualità conservando un corredo genetico che risale a tre millenni fa. La rigenerazione avviene infatti attraverso i bulbi, piuttosto che attraverso fiori e semi, per evitare incroci e manipolazioni.

La cucina di pesce è invece tipica della zona di Rimini, dove vengono pescate varietà che purtroppo nei ristoranti turistici non si trovano (si utilizzano invece specie da allevamento). Per mangiare i tipici piatti riminesi bisogna cercare le trattorie, dove vengono serviti zuppa di paganelli, polenta con le vongole, brodetto riminese, prodotti esclusivamente con il pescato del giorno acquistato al mercato. Di notevole importanza sono le “poveracce”, conchiglie che si trovano lungo tutto il litorale, come le ostriche, che una volta costituivano la colazione dei poveri marinai. Per quanto riguarda il pesce azzurro, in tutta Romagna vengono consumati sardoni e sardoncini (acciughe) e sardelle (sardine), cotte allo spiedo e mangiate intere.

Parlando di cibo e di Romagna è doveroso citare Pellegrino Artusi, originario di Forlimpopoli e autore del primo manuale di cucina che tenta di racchiudere le ricette tipiche regionali del nuovo Regno d’Italia. Il Paese che conosce e rappresenta è però ancora incompleto, delle 20 regioni italiane solo 11 sono rappresentate. La più povera è proprio la regione di Artusi, la Romagna che non manca però di esportare ottimi prodotti tipici come le anguille e l’anice. Con quest’ultimo si prepara infatti un dolce tipico di Forlì in occasione della Madonna del Fuoco (patrona della città) ovvero una piadina dolce aromatizzata, appunto, con i semi di anice.